Cybersecurity e IA, metà delle aziende non controlla lo Shadow AI

L’intelligenza artificiale amplia la superficie d’attacco delle aziende, ma molti team di sicurezza non hanno ancora una visione completa degli strumenti usati dai dipendenti. A questo problema si aggiungono infrastrutture cloud esposte, sistemi legacy difficili da proteggere, attacchi BEC più credibili e pressioni interne che ostacolano la segnalazione degli incidenti.

È il quadro delineato dal Cybersecurity Assessment 2026 di Bitdefender, basato sulle risposte di 1.201 professionisti IT e della sicurezza impiegati in aziende con almeno 500 dipendenti. Il campione comprende Francia, Germania, Italia, Singapore, Regno Unito e Stati Uniti. L’indagine, affidata a Censuswide, si è svolta tra aprile e giugno 2026.

Quasi metà delle aziende non controlla l’uso dell’IA

Il 51,8% degli intervistati dichiara di avere piena visibilità sugli strumenti di intelligenza artificiale autorizzati e non autorizzati presenti nell’organizzazione. Il restante 47,4% ammette invece una conoscenza parziale o nulla degli strumenti di Shadow AI e degli account personali usati per attività professionali.

Per Shadow AI si intende l’impiego di chatbot, assistenti, generatori di contenuti o altri servizi basati sull’intelligenza artificiale senza l’approvazione e il controllo dell’azienda.

Il fenomeno può esporre documenti riservati, codice sorgente, dati personali, informazioni sui clienti e procedure interne. Il rischio aumenta quando i dipendenti usano account personali, poiché l’organizzazione può non conoscere le condizioni di conservazione dei dati, i sistemi coinvolti e le persone autorizzate ad accedere ai contenuti.

Il dato italiano appare ancora più critico. Solo il 49,5% dei professionisti intervistati in Italia afferma di avere una visibilità completa, mentre il 50,5% riconosce un controllo parziale o assente.

Manager e professionisti vedono due realtà diverse

Il report rileva un divario tra la percezione dei responsabili e quella di chi lavora nelle attività operative.

Il 57,8% dei manager ritiene che la propria organizzazione abbia piena visibilità sull’uso dell’IA. Tra analisti, architetti, ingegneri e altri professionisti della cybersecurity, la percentuale scende al 45,9%.

Solo lo 0,5% dei manager dichiara una totale assenza di visibilità, contro il 4,5% dei professionisti operativi.

La differenza può indicare che parte del management sovrastima la capacità dell’azienda di controllare applicazioni, account personali e flussi di dati. Una strategia fondata su una mappa incompleta rischia di lasciare fuori dal perimetro di sicurezza proprio gli strumenti che trattano le informazioni più sensibili.

Sistemi IA e cloud tra le principali preoccupazioni

Il 45% del campione globale indica i sistemi di intelligenza artificiale interni e i modelli linguistici come l’ambiente che desta maggiore preoccupazione. Seguono le infrastrutture cloud e gli ambienti applicativi, citati dal 44%, e i sistemi di gestione delle identità e degli accessi, scelti dal 33,3%.

In Italia, le percentuali risultano più basse: il 40% indica i sistemi IA interni, il 35% le infrastrutture cloud e il 31,5% i sistemi IAM.

Il report mette però in luce una contraddizione. Nonostante l’attenzione verso i sistemi IA, il 20,4% degli intervistati considera basso o molto basso il rischio che i dipendenti inseriscano dati sensibili nei modelli linguistici pubblici. In Italia la quota si ferma al 15,5%.

La sicurezza dei sistemi IA aziendali e la perdita di dati tramite servizi pubblici costituiscono due problemi distinti. Nel primo caso, l’organizzazione deve proteggere modelli, dati di addestramento, API, plugin, agenti e infrastrutture. Nel secondo, deve definire quali informazioni possono essere inserite negli strumenti esterni e applicare controlli coerenti.

Il 55% ha ricevuto pressioni per non segnalare una violazione

Uno degli aspetti più delicati riguarda la trasparenza dopo un incidente.

Il 55,2% dei professionisti che ha vissuto una violazione o un incidente di sicurezza negli ultimi dodici mesi afferma di aver ricevuto l’indicazione di mantenere riservato l’accaduto, nonostante ritenesse necessaria una segnalazione alle autorità.

La percentuale era pari al 57,6% nel 2025 e al 42% nel 2023. Gli Stati Uniti registrano il valore più elevato, pari al 68,6%. Germania e Regno Unito raggiungono entrambi il 57,2%.

In Italia il dato scende al 46%, il valore più basso tra i Paesi inclusi nel riepilogo nazionale.

Il termine inglese breach suppression, usato nel report, non indica il contenimento tecnico dell’attacco. Descrive la pressione interna esercitata affinché un incidente non venga comunicato o segnalato.

Il dato deriva dalle risposte degli intervistati e non prova che ogni episodio citato abbia violato un obbligo normativo. Mostra però un possibile conflitto tra tutela della reputazione, responsabilità aziendali, requisiti di notifica e diritto delle persone coinvolte a conoscere l’accaduto.

Cloud, BEC e ransomware dominano gli incidenti

Le violazioni delle infrastrutture cloud e degli ambienti applicativi occupano il primo posto tra gli incidenti subiti negli ultimi dodici mesi, con il 41,8% delle risposte.

Seguono gli attacchi Business Email Compromise, indicati dal 35,9%, e il ransomware, citato dal 25,6%. Negli Stati Uniti, gli incidenti BEC raggiungono il 54,7%.

In Italia, il 38% segnala incidenti che hanno coinvolto cloud o applicazioni, il 33% riporta attacchi BEC con perdite finanziarie o di dati e il 19,5% indica il ransomware.

Il BEC comprende le frodi nelle quali un criminale impersona un dirigente, un fornitore o un dipendente per ottenere bonifici, modifiche alle coordinate bancarie o informazioni riservate.

L’intelligenza artificiale può rendere questi tentativi più credibili attraverso testi privi di errori, traduzioni accurate, messaggi adattati al ruolo della vittima, clonazione vocale e deepfake.

Il 59% segnala attacchi di social engineering potenziati dall’IA

Il 59,2% del campione globale dichiara di aver subito attacchi di social engineering ottimizzati tramite intelligenza artificiale nel corso dell’ultimo anno. In Italia la percentuale raggiunge il 51%.

Il dato non dimostra che l’IA abbia creato tecniche di attacco del tutto nuove. Bitdefender precisa che i criminali usano soprattutto questi strumenti per rendere più rapide, precise e credibili tecniche già note.

L’IA può aiutare gli aggressori a preparare email mirate, imitare uno stile comunicativo, generare documenti falsi, tradurre messaggi e costruire conversazioni coerenti con il contesto aziendale.

Il report segnala anche uno scarto tra i rischi percepiti e quelli osservati. Il malware capace di modificarsi autonomamente rappresenta la principale preoccupazione per il 55,9% del campione. Tuttavia, le informazioni di threat intelligence disponibili indicano un impiego dell’IA più frequente per accelerare e perfezionare gli attacchi esistenti.

Deepfake e malware adattivo preoccupano le aziende italiane

Tra gli scenari associati all’IA, il 59% degli intervistati italiani considera elevato o estremo il rischio di malware capace di modificare il proprio comportamento.

Il 58,8% teme deepfake e clonazione vocale usati nelle frodi o negli attacchi BEC. Seguono la condivisione di dati sensibili con LLM pubblici, indicata dal 54,5%, e le tecniche di evasione capaci di superare i sistemi EDR tradizionali, citate dal 50%.

Le percentuali descrivono la percezione dei professionisti, non la diffusione effettiva di ciascuna tecnica. Il malware autonomo e adattivo resta uno scenario seguito con attenzione, ma gli attacchi più frequenti continuano spesso a sfruttare credenziali rubate, configurazioni errate, sistemi non aggiornati e strumenti legittimi già presenti nella rete.

Ridurre la superficie d’attacco resta difficile

La superficie d’attacco comprende endpoint, account, servizi cloud, applicazioni, server, API, dispositivi, identità e sistemi accessibili che un criminale può tentare di compromettere.

Il 38% degli intervistati indica come principale ostacolo il lavoro necessario per mantenere regole di hardening ed eccezioni. Il 35,4% teme interruzioni operative, mentre il 34,6% cita la carenza di risorse.

Seguono la difficoltà nel proteggere i sistemi legacy, indicata dal 34,5%, e le lacune di visibilità sugli strumenti necessari a ogni utente, citate dal 33,8%.

In Italia, la protezione dei sistemi legacy rappresenta il problema più citato, con il 35,5%. Il timore di danneggiare la continuità operativa raggiunge il 35%, mentre la manutenzione delle regole di sicurezza si ferma al 29,5%.

Le aziende conoscono quindi molti dei propri punti deboli, ma incontrano difficoltà quando devono rimuovere applicazioni, limitare privilegi, disattivare servizi o applicare regole più severe senza ostacolare il lavoro.

La sovranità dei dati influenza la scelta dei fornitori

Il 76,1% degli intervistati prenderebbe in considerazione un cambio di fornitore di cybersecurity a causa di dubbi sulla sovranità dei dati, sulla giurisdizione applicabile o sul possibile accesso da parte di governi stranieri.

La percentuale raggiunge l’87% negli Stati Uniti, l’85% nel Regno Unito e il 77% in Germania. In Italia si ferma al 68,5%, mentre la Francia registra il valore più basso, pari al 62%.

La sovranità dei dati non riguarda solo il luogo fisico nel quale le informazioni risiedono. Comprende anche le leggi applicabili al fornitore, la struttura societaria, i soggetti che possono accedere ai dati, i trasferimenti internazionali e le richieste provenienti dalle autorità pubbliche.

Per questo motivo, le aziende valutano con maggiore attenzione localizzazione, cifratura, gestione delle chiavi, subfornitori, accessi amministrativi e condizioni contrattuali.

Un report sulle percezioni, non una misura diretta degli attacchi

I risultati del Cybersecurity Assessment 2026 derivano da un sondaggio e riflettono esperienze, valutazioni e percezioni dichiarate dai partecipanti.

Il campione comprende solo organizzazioni con oltre 500 dipendenti e non rappresenta l’intero tessuto produttivo italiano, formato anche da numerose piccole e medie imprese.

Il report resta utile per individuare alcune tendenze: scarsa visibilità sullo Shadow AI, distanza tra management e personale operativo, difficoltà nel ridurre la superficie d’attacco, maggiore attenzione alla sovranità dei dati e resistenze interne alla divulgazione degli incidenti.

"
Sicurezza Informatica
Lo staff di Sicurezza Informatica.